La neve di Mario Rigoni Stern

Mario Rigoni Stern

Asiago, 1921 – 2008

I testi in sala sono tratti dal racconto

Nevi 

pubblicato in

Sentieri sotto la neve

1998 Giulio Einaudi Editore 

Questo è un libro intriso di memoria. Seguendo con fedeltà le tracce degli uomini, non arrendendosi alle ragioni del tempo, ogni racconto trae in salvo con uguale magia qualcosa o qualcuno: i tanti nomi della neve, un pastore solitario che parla con amore alle sue alle sue pecore, paesaggi scomparsi, la storia di un popolo, un giovane legnaio la cui esistenza è sconvolta dall’apparizione di una strega bellissima e impietosita, una famiglia di caprioli, un focolare intorno intorno al quale si raccolgono vivi e morti intrecciando rimpianti e speranze, e poi i tanti interessantissimi ricordi personali: l’infanzia, la guerra, la prigionia. I ricordi si coagulano in frammenti o si dilatano in narrazioni estese di grande potenza, come quella che apre il libro, incentrata sulla lunga marcia verso casa di un uomo uscito dal Lager, gracile scheletro che arranca tra relitti lasciati dalla guerra.Sentieri sotto la neve è una raccolta di voci che si alzano contro il silenzio incombente da più parti sulla nostra identità. Quelle voci raccontano gli eventi inauditi che appartengono al passato di tutti noi, compreso chi non c’era, ma narrano anche di luoghi dimenticati, di lingue antiche, di una fauna e di una flora in continua trasformazione, di tutto quanto insomma occorre nominare e descrivere con cura affettuosa perché esista ancora, e per sempre.

Tratto da http://www.anobii.com/books/Sentieri_sotto_la_neve/9788806152567/016c1fe7e5808fad82

 

kuasneea

La neve delle vacche, perché queste in estate si trovano sui pascoli delle malghe.
Probabilmente quando viene giú le vacche affamate scendono urlando nei boschi e diventa difficile tenerle in mandria.
Come un problema diventa fare il formaggio. Di questa neve rimane memoria e datanei nati in quei giorni: Nives, Nevino, Bianca, Nevio…

bàchtalasneea

Quando i prati si coprono del giallo solare dei fiori del tarassaco e dell’azzurro dei miosotidi, e le api sono indaffarate dall’alba al tramonto nella raccolta di pollini
e nettari, allora può arrivare la bàchtalasneea: la neve
della quaglia.
Una nube che scende da nord, una ventata, un rapido abbassamento della temperatura ed ecco a maggio la bàchtalasneea.

kuksneea

È la neve d’aprile;
non sempre è presente, ma non è nemmeno rara.
Sui prati che incominciano a rinverdire e dove sono fioriti i crochi non si ferma molto, perché prima ancora del sole la terra in amore la fa sciogliere.

swalbalasneea

È la neve della rondine, la neve di marzo che è sempre puntuale nei secoli. Cade dopo che sono arrivate le rondini:
a volte soffice, a volte bagnata, a volte come tormenta, o anche calma in dilatate falde. In una notte può caderne anche fino a un metro e allora le rondini arrivate quassù ad annunciare la primavera se ne ritornano in pianura per qualche giorno finchè l’aria umida o la pioggia o il terreno in amore non avranno sciolto la swalbalasneea.

haarnust

Con l’haapar veniva l’haarnust.
È questa la neve vecchia che verso primavera, nelle ore calde, il sole ammorbidisce in superficie e che poi il freddo della notte indurisce.
Neve ottima per le escursioni fuori pista, da farsi nelle primissime luci dell’alba e fino alle undici del mattino, in ogni terreno e con gli sci da fondo o da alpinismo, con buona sciolina klister o pelli di foca.

haapar

Quando l’inverno stava per finire la sneea diventava haapar.
Sulle rive al sole andava via per la terra in mille e mille gocce, e appariva il bruno del suolo.
Era in questo periodo che si sentivano le prime allodole: una mattina ti correva un brivido per la pelle ed era il loro canto alto nel cielo sopra l’haapar.

sneea

In breve la neve copriva la polvere delle strade, l’erba secca sui pascoli, la segatura di faggio nei cortili, le tombe del cimitero.
Le voci, i rumori del paese, i richiami dei passeri e degli scriccioli si facevano lievi, e a questo punto la brüskalan diventava vera sneea:
neve abbondante e leggera giù dal molino del cielo.

brüskalan

Brüskalan, mi diceva l’Amia Marietta, la zia del nonno; ed era questa la prima neve dell’inverno, quella vera.
Il terreno dopo l’estate di San Martino era ben gelato e risuonava sotto le nostre scarpe chiodate con brocche e giazzini.
Lo si sentiva nell’aria l’odore della prima neve: un odore pulito, leggero; più buono e grato di quello della nebbia. 

I Campionati Italiani di Ski – Giornale Luce del febbraio 1934

Mario Rigoni Stern
“Le Stagioni di Giacomo”

[…]

A febbraio si sospesero le lezioni delle scuole per una settimana e si fecero i campionati dell’Opera Nazionale Balilla. L’edificio scolastico diventò caserma; venne vuotato dai banchi e stipato con le brande del Campo Mussolini per alloggiare gli avanguardisti che venivano da ogni parte d’Italia. Persino dalla Sicilia e dalla Sardegna. In quell’occasione vi furono altre giornate di lavoro: un gruppo di uomini sistemava le scuole, un altro preparava lungo la via principale archi con rami di abete, muretti di neve, monumenti con fasci e teste del duce, penno­ni con bandiere e stemmi; occorreva poi battere i campi delle gare e scrivere in grande sulla neve: W IL DUCE, DUX, W L’ONB, A NOI!, nonché allestire i palchi per le premiazioni e le tribune per le autorità.

Per queste gare nazionali persino le nostre squadre paesane dovettero dormire nelle scuole e Giacomo, Nino e Mario si ritrovarono nell’aula dove avevano studiato fino a due anni prima.

Il rancio veniva consumato nelle trattorie o negli alberghi convenzionati: caffellatte con due pani al mattino, pastasciutta a mezzogiorno, minestrone alla sera; alle quattro del pomeriggio, dopo le gare o gli allenamenti, il maestro Valentino dava alle sue squadre un panino con la mortadella. Nelle gare di marcia di regolarità, prima della partenza veniva fatto un esame orale che dava punteggio: – Chi è il duce? Cosa è l’Opera Nazionale Balilla? Chi è il re? In quante parti si divide il moschetto, e quali sono? Prova a puntarlo su quel bersaglio. Dimmi il giuramento del fascista.

Dopo i quattro chilometri la squadra con Giacomo, Nino e Mario fu fermata dal maestro Valentino prima di scendere al traguardo; aveva cronometrato il tempo e disse che erano andati troppo veloci; dopo qualche minuto la fece ripartire, ma ugualmente arrivò in anticipo e non entrò nelle prime dieci.

Ma che gare sono queste se si deve andare piano? – diceva Giacomo.

Dopo questa vi furono le gare di discesa a slalom e quelle di salto. Dopo l’ultimo rancio, durante l’ora di libera uscita, Mario andò da Gino Soldà per farsi dare un po’ di sciolina veloce. Soldà aveva preso in affitto due stanze a piano terra in una casa vicina a quella di Mario e lì fabbricava scioline con catrame vegetale, cera vergine, paraffina, pece greca che fondeva e rimestava dentro barattoli da cinque chili posati sopra una stufa di ferro a segatura. Il buon odore del catrame vegetale si span­deva per la via.

– Signor Gino, – disse Mario, – mi lascia ripulire i barattoli della sua sciolina? Domani abbiamo le gare di slalom e di salto.

Rise il buon Gino Soldà e disse:

– Per domani dovrebbe andare bene questa. In quanti siete? 

Mario chiamò Giacomo che aspettava sulla strada e con una sega da ferro fuori uso raschiarono e riposero la sciolina « Soldà» dentro una scatola vuota di lucido da scarpe.

– Vedrete domani come sarete veloci, – disse Gino Soldà. – Tiratela bene sotto gli sci ma state attenti a non cadere.

Nella gara di slalom Mario sbagliò due porte, Nino arrivò terzo ma Giacomo vinse quella di salto della categoria «giovani». Un pomeriggio, prima che tutti gli avanguardisti ritornas­sero ai loro paesi, ci fu la premiazione sui palchi innalzati in piazza tra bandiere e monumenti di neve. Era il comandante Renato Ricci a consegnare le coppe e le medaglie più importanti. Giacomo ebbe anche un bellissimo maglione di lana e un paio di guanti. Tra la gente c’era anche Irene che lo aspettava per ritornare insieme alla contrada.

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